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Possiamo iniziare con una breve presentazione, come si chiama, di cosa si occupa
Mi chiamo Claudia Gori Sono una poetessa, ma anche una storica perché ho seguito un corso di studi in storia. Ho conseguito il dottorato presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze e recentemente mi sono laureata anche all’Università di Perugia. Attualmente lavoro come ricercatrice indipendente e collaboro con entrambe queste realtà. In passato ho lavorato anche per l’ISUC, l’Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea. Inoltre mi occupo anche di poesia.
Che tipo di ricerca sta svolgendo attualmente?
Il mio lavoro di ricerca è articolato in diverse direzioni. Seguo più piste di ricerca contemporaneamente. A dicembre, ad esempio, ho concluso un lavoro per l’ISUC dedicato a un antropologo, Giuseppe Bellucci. In quella ricerca ho affrontato il rapporto tra scienza e conoscenza da una prospettiva critica e ho intenzione di continuare ad approfondire questo tema.
Nel frattempo sto cercando di pubblicare alcuni miei materiali di ricerca precedenti che riguardano la storia dei sentimenti nell’Italia contemporanea. In particolare ho analizzato diversi carteggi d’amore; si tratta di un tema che avevo già affrontato nella mia tesi di dottorato e che ora vorrei sviluppare ulteriormente.
Attualmente mi sto concentrando anche sul rapporto tra sentimenti e politica: mi interessa capire come i sentimenti influenzino il nostro agire politico, il nostro modo di partecipare alla comunità politica e, più in generale, i nostri rapporti sociali. In altre parole, cerco di studiare come il tema dei sentimenti sia intrecciato con queste dinamiche.
Da dove nasce il suo interesse per questi argomenti?
Il mio interesse nasce proprio dalla mia tesi di dottorato. In precedenza avevo già maturato un’esperienza di ricerca nella storia delle donne. Avevo iniziato con studi sul movimento politico delle donne nell’Italia vittoriana e nell’Italia liberale, e da allora non ho mai abbandonato questo percorso.
Nel mio lavoro cerco sempre di riflettere sul rapporto tra individuo e società e sul significato della storia delle donne. Ho scoperto questo ambito all’università grazie a una docente che se ne occupava: le sue lezioni erano molto affascinanti e mi hanno appassionato profondamente.
Tuttavia mi interessa anche comprendere il significato più ampio di questa disciplina nel contesto dei rapporti politici e sociali. Studiare la storia delle donne significa riconoscere che, nel corso della storia, le donne sono state spesso marginalizzate e confinate in una sfera privata.
La domanda quindi diventa: cosa significa ribaltare questa subordinazione per costruire una società davvero inclusiva?
Credo che il tema dei sentimenti sia strettamente collegato a questa riflessione. Già nel Settecento emerge il tema dell’empatia, un concetto di cui oggi si parla molto anche nel linguaggio comune. Questo implica che i nostri rapporti sociali non dovrebbero essere determinati soltanto dall’interesse individuale, come in una società basata esclusivamente sull’interesse, ma dovrebbero fondarsi su legami più profondi.
In questa prospettiva, che cerca anche di superare i confini tra storia delle donne e storia più generale, ritengo che il tema dei sentimenti sia un ambito fondamentale che meriterebbe di essere approfondito molto di più.
Lei è un’utente abituale di questa sala?
Ricercatrice: Sì, sono un’utente di questa sala e la considero molto utile per le mie riflessioni. In diversi periodi della mia vita mi sono trovata spesso qui a lavorare. Il valore documentario della sala è molto importante e stimola sempre nuovi pensieri e riflessioni.
Vengo a studiare qui anche perché, in Umbria, è praticamente l’unico luogo con una vera sala di consultazione di questo tipo. Altre biblioteche esistono, certo, ma non hanno uno spazio di consultazione paragonabile a questo. È una sala piccola rispetto alle grandi realtà, ma rappresenta comunque un grande salto rispetto a contesti più piccoli.
Inoltre è gestita molto bene: lavorano qui professionisti competenti, e questo rende l’esperienza di studio molto positiva.
Com’è organizzata una sua giornata di studio qui?
Di solito arrivo la mattina, non troppo presto, verso metà mattinata. Non torno a casa per pranzo: mangio qualcosa fuori oppure un panino qui nei dintorni. Dopo pranzo faccio una breve passeggiata e poi continuo a lavorare.
In questo modo sfrutto quasi tutta la giornata: dalla tarda mattinata fino alla chiusura della biblioteca. Abito un po’ fuori città, in una zona piuttosto isolata, quindi non mi conviene fare avanti e indietro. Per questo cerco di sfruttare al massimo l’orario della biblioteca.
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Che tipo di testi consulta abitualmente?
Seguo principalmente due direttrici: la storia e la poesia. Cerco quindi materiali legati a entrambi questi ambiti.
Per quanto riguarda la poesia contemporanea, cerco soprattutto di rafforzare le mie conoscenze. In biblioteca magari tengo con me un libro da cui leggere una o due poesie durante la giornata, quasi come un esercizio. Tuttavia la lettura della poesia vera e propria preferisco farla a casa.
In biblioteca invece studio soprattutto testi più complessi: saggi sulla poesia contemporanea, che a volte sono anche più difficili da orientare. Inoltre leggo saggi di storia, filosofia e altri testi legati alle mie esigenze di ricerca. In generale si tratta prevalentemente di materiale contemporaneo.
C’è un libro a cui è particolarmente legata?
In realtà è difficile dirlo, perché nella ricerca si leggono tantissimi testi. L’ultimo che ho letto, ad esempio, è “Perché l’amore conta per la giustizia” di Martha Nussbaum. È stato molto utile per le mie riflessioni e per il mio lavoro.
Tuttavia, quando si fa ricerca, il rapporto con un testo è spesso temporaneo: ci si immerge profondamente in un libro, ma subito dopo si passa a un altro. Per questo il legame con un singolo testo tende sempre a rinnovarsi e a trasformarsi.
Quando è iniziato il suo percorso di ricerca?
Direi che la ricerca mi accompagna da molti anni, fin da quando ho scritto la mia tesi di laurea. Da allora non mi ha mai abbandonata. È diventata un modo per sviluppare e approfondire un argomento scientifico lungo alcune traiettorie che avevo già individuato.
La poesia, invece, è emersa in modo più inatteso. In un certo senso è nata proprio in questa biblioteca. È curioso, perché ho lavorato anche in altre città, come Roma e Firenze, frequentando biblioteche dove ho trascorso periodi molto importanti della mia vita. Tuttavia è stato proprio questo luogo a suggerirmi una vera immersione nella poesia. Da allora guardo alla poesia con un’attenzione e una consapevolezza più forti.
Questa sala di consultazione ha qualcosa di speciale: pensare di essere circondati da così tanti anni di storia è davvero un’esperienza incredibile.
Se dovesse tornare al momento in cui ha iniziato questa ricerca, quale immagine o curiosità le viene in mente?
l mio interesse è nato inizialmente dalla storia delle donne. Questo campo di studi si trova un po’ su una linea di confine tra la politica e la rappresentazione dell’io, cioè tra la dimensione politica e quella più soggettiva: identità, soggettività, rappresentazioni personali.
Questo tema era molto vicino anche al mio carattere. Mi interessavano questi aspetti e avevo anche una certa inclinazione verso la letteratura. Per questo ho spesso utilizzato nelle mie ricerche delle fonti auto-narrative, come diari e lettere.
Questi materiali mi hanno sempre affascinato molto, anche a livello personale. Allo stesso tempo mi ha sempre accompagnato una riflessione più ampia sulle tematiche della conoscenza e sul modo in cui comprendiamo il mondo.
Nonostante io sia una storica, ho sempre avuto anche una certa predisposizione per la teoria, per l’elaborazione dei concetti. Tuttavia penso che queste riflessioni teoriche debbano sempre essere radicate nella vita delle persone. Per questo è fondamentale cercare di comprendere la società in cui viviamo: che tipo di società è, quali relazioni la caratterizzano.
Qual è stata la scoperta più inaspettata durante la sua ricerca?
È difficile parlare di una vera e propria “scoperta”, perché nella ricerca storica raramente si tratta di scoperte improvvise. Piuttosto si tratta di nuove prospettive o interpretazioni.
Tuttavia, lavorando recentemente all’Archivio di Stato di Perugia, mentre studiavo uno scienziato e antropologo nell’ambito delle mie ricerche sul rapporto tra scienza e conoscenza, ho trovato alcune lettere molto interessanti.
Erano lettere scambiate con alcune emancipazioniste della fine dell’Ottocento. Si tratta di materiali molto interessanti anche per la storia del territorio umbro. Devo ancora lavorarci approfonditamente, ma per me è stata una scoperta significativa, anche perché in passato ho lavorato poco su materiali specificamente regionali: molte delle mie ricerche si sono svolte in altre parti d’Italia.
In ogni caso è stata sicuramente una scoperta importante a livello personale.
Nel suo lavoro emerge spesso il tema della soggettività. Come si costruisce, secondo lei, nella ricerca storica?
Il tema della soggettività è molto importante. Tuttavia, nella ricerca storica non esiste mai un rapporto diretto e immediato con le fonti: c’è sempre una distanza tra lo storico e i documenti, e secondo me questa distanza deve essere valorizzata.
Quando ho iniziato a fare ricerca, nei primissimi anni, ho visto che alcuni studiosi sceglievano come oggetto di studio dei personaggi o delle personalità che in qualche modo corrispondevano anche a una loro proiezione ideale. Questo accade abbastanza spesso in una certa storiografia, ma non è mai stato il mio approccio.
A me interessa indagare anche ciò che è diverso o estraneo rispetto a me, ma sempre mantenendo un’attenzione critica e cercando di verificare determinate categorie interpretative. Credo che il lavoro dello storico debba essere fondamentalmente un lavoro critico.
Inoltre non è mai semplice, perché le fonti non sono quasi mai così eloquenti da rappresentare perfettamente il personaggio che si studia. Quando accade, si può dire di essere fortunati.
Per questo motivo esiste un dibattito continuo negli studi storiografici: fino a che punto la soggettività dello storico si riflette nell’interpretazione delle fonti?
Secondo me questo riguarda il processo stesso della conoscenza. La conoscenza nasce da una riflessione critica sul passato e allo stesso tempo da uno sguardo rivolto al presente. Tra passato e presente si costruisce quindi una sorta di ponte.
Esiste sempre una certa interazione personale, ma questa interazione non deve diventare dominante. Personalmente mi interessano molto le fonti soggettive, come diari e lettere, e più in generale i temi legati all’esperienza personale.
Allo stesso tempo ritengo importante anche l’uso di categorie interpretative più rigorose e più settoriali, che permettano di analizzare e criticare le fonti in modo più sistematico. Questo equilibrio, secondo me, è fondamentale nel lavoro dello storico.