Mi chiamo Rita, per la legge mi chiamo Rita Maria, ma tutti mi conoscono come Rita
Io sono giornalista e scrivo molti articoli, a volte anche libri, sulle vecchie tradizioni e sui vecchi fatti di cronaca. In particolare mi occupo di crimini d’epoca, non di quelli attuali, soprattutto dell’Ottocento e dei primi del Novecento.
Per questo vengo qui a consultare vecchi giornali, come sto facendo adesso, per diverse ricerche.
La cosa interessante è che spesso parto da una ricerca su un certo argomento, che può cambiare di volta in volta. Però, sfogliando queste riviste, mi capita di trovare cose che non riguardano direttamente la mia ricerca ma che possono essere interessanti per altre persone.
Per esempio oggi ho trovato alcuni episodi curiosi.
Ho degli amici che abitano a Passignano sul Trasimeno, ma la loro famiglia è originaria di Castellione, una frazione di Castiglione del Lago. Sfogliando i giornali ho trovato un lungo articolo del 1946 che raccontava una storia che loro conoscevano solo per sentito dire: un gruppo di abitanti di Castellione aveva cercato di staccarsi dal comune principale per unirsi a Passignano. Naturalmente non ebbero successo, ma ci fu una vera battaglia politica. Ho fotografato l’articolo e glielo manderò.
Ho trovato anche una vecchia pubblicità dei designer Bazzocchi di Perugia. Siccome conosco l’attuale editore, ho fatto una foto anche di quella e gliela invierò.
Poi ho trovato un piccolo trafiletto su un incidente che probabilmente riguardava la nonna di un mio vicino di casa: erano in ambulanza, l’ambulanza si è ribaltata e il passeggero si è fratturato.
Quindi fare queste ricerche ti porta spesso su strade che non avevi previsto.
Adesso sto facendo una ricerca sulle donne e le prime elezioni in Umbria.
Al di là dei dati ufficiali, che si possono trovare anche altrove, ho scoperto delle cose parallele molto interessanti.
Per esempio, durante quelle elezioni cominciano a costituirsi comitati femminili.
L’UDI, che era legata al Partito Comunista, comincia a radunare le sue donne; il CIF, che riuniva le donne cattoliche, comincia a organizzarsi a sua volta.
In quel periodo compare anche una rubrica femminile firmata da Marcello Eren, che probabilmente era uno pseudonimo di una perugina. In questa rubrica si parlava di vestiti, di vita quotidiana e di argomenti considerati “per donne”.
Nel frattempo ho trovato anche un articolo polemico legato al dopoguerra. Durante la guerra molte donne erano state impiegate nei posti di lavoro lasciati liberi dagli uomini che erano al fronte. Dopo la guerra, quando gli uomini tornarono, molte di queste donne furono licenziate.
Per giustificare questa scelta si diceva che dovevano restare a lavorare solo quelle donne che non avevano un marito o un padre che potesse mantenerle.
Tutto questo si scopre spesso semplicemente sfogliando le pagine dei giornali, che è un’esperienza diversa da cercare online.
I vecchi giornali sono davvero una miniera di notizie e informazioni.
Io sto studiando questo fenomeno anche attraverso libri scritti da studiosi. Però io non sono una studiosa accademica: sono una giornalista, quindi il mio ruolo è diverso. Interpreto quello che leggo con lo sguardo di una giornalista, e il giornalista ha il dovere di verificare le notizie.
Inoltre esistono molti altri materiali: documenti, carteggi, archivi che non si possono consultare in altro modo.
Oggi è in corso una grande digitalizzazione degli archivi a livello nazionale, ma penso che il contatto diretto con i documenti permetta una visione diversa delle cose.
È anche più bello.
Il cartaceo mi piace moltissimo: c’è l’odore della carta, l’età dei documenti… è una sensazione completamente diversa.
Io vengo qui per queste ricerche, ma in realtà frequento molto anche un’altra biblioteca: la biblioteca di San Sisto.
Lì vado soprattutto per prendere in prestito i libri. Qui invece molti libri, giustamente, non possono essere prestati.
La biblioteca di San Sisto è molto comoda: si raggiunge facilmente con i mezzi pubblici e ha anche un parcheggio vicino.
Inoltre faccio parte di un gruppo di lettura che si riunisce proprio lì. Il gruppo si chiama “Giallo Mania” e riunisce appassionati di romanzi polizieschi.
Io sono iscritta qui da moltissimo tempo.
La mia tessera è molto vecchia, risale a quando ero studentessa universitaria e la biblioteca di San Sisto ancora non esisteva.
Questa tessera mi permette di utilizzare tutto il circuito bibliotecario, compresa la Media Library Online, dove leggo i quotidiani.
A volte però, se trovo un articolo particolarmente interessante, compro anche il giornale per archiviarlo.
Tra l’altro, voi che studiate all’Accademia di Belle Arti dovreste conoscere la biblioteca di San Sisto anche per la sua architettura. È stata progettata da un architetto molto noto ed è stata studiata molto nelle riviste di architettura.
Naturalmente, come tutte le opere dei grandi architetti, ha anche qualche difetto. Per esempio dentro i cellulari non prendono bene.
.
Sì, infatti all’inizio del nostro progetto dovevamo esplorare diversi luoghi e tra questi avevamo considerato anche la biblioteca.
Tempo fa avevo partecipato anche a un laboratorio dedicato alla costruzione di libri tattili per bambini non vedenti o ipovedenti, quindi mi interessava anche questo aspetto delle biblioteche.
Sì, queste biblioteche di quartiere organizzano moltissime attività.
Io ho fatto anche una formazione in arte terapia, quindi queste iniziative mi interessano molto.
Ho lavorato per un periodo con una persona affetta da Alzheimer e ho fatto anche dei tirocini alla Biblioteca Urbana.
E questa ricerca che sta facendo adesso, da cosa è nata?
In questo caso i motivi sono due.
Il primo è che questo lavoro mi è stato commissionato.
Il secondo è che, leggendo vari articoli pubblicati sui giornali, mi sono accorta che la prima deputata donna dell’Umbria non è stata citata come avrebbe dovuto. Anzi, in molti casi non è stata citata affatto.
Io tra l’altro avevo fatto un’intervista molto interessante a questa donna.
Lei non entrò subito in Parlamento.
Era stata candidata, ma entrò due anni dopo, perché uno dei deputati eletti morì e lei era la prima dei non eletti, quindi prese il suo posto.
Lei militava nel Partito Comunista.
Siccome non avevo con me l’intervista originale, ne ho portato qui una fotocopia.
Se volete potete farne una copia anche voi, perché è davvero interessante.
In quell’intervista lei racconta come venivano viste le donne che facevano politica in quel periodo: erano viste molto male, con grande diffidenza.
Sì, immagino.
Infatti questo lavoro mi è stato commissionato anche per recuperare quel materiale.
E da lì sono successe altre cose.
A volte le cose succedono come in una catena.
Parlando di questa donna con un consigliere comunale di maggioranza, che si chiama Recalini, molto attivo nella difesa dei diritti delle donne, è nata l’idea di intitolare una via a questa signora.
Lui fa parte anche della commissione toponomastica.
Adesso sto cercando l’articolo che avevo scritto. Avevo fatto una copia per me e una per lui.
In realtà in questo periodo sto cercando di ritrovare tutti gli articoli che ho scritto.
Molti di questi articoli sono testimonianze e racconti che non si trovano nei libri.
Sono storie raccolte parlando direttamente con le persone.
Per questo mi piacerebbe raccoglierli in un libro.
Sarebbe utile per i cittadini e per gli umbri, perché si tratta di storie che altrimenti rischiano di andare perdute.
Inoltre sto lavorando anche a un progetto per il Corriere dell’Umbria.
Ogni mese vado in una scuola dove c’è una piccola comunità di studenti di origine straniera. Parlo con loro della cucina dei loro paesi, di come vivono qui e delle loro tradizioni.
Una volta, a Foligno, è successa una cosa molto triste.
Ho parlato con alcune studentesse della comunità pakistana.
Erano tutte nate a Foligno, ma mi hanno raccontato che in casa loro spesso nascono litigi sul fatto di sentirsi italiane oppure no.
Ho scritto un articolo su questa situazione.
Poi l’ho mandato a una mia amica in Albania, che è una professoressa universitaria di turismo. Lei lo ha pubblicato sul suo profilo, con il titolo “Technology for the Next Generation”.
Per le ricerche che faccio io sono fondamentali, perché nei vecchi giornali puoi trovare un elemento preciso, ad esempio la data di un avvenimento, che poi ti permette di fare ulteriori ricerche.
Vi racconto una storia.
Da tempo stavo cercando di ricostruire alcune vecchie storie di famiglia, non proprio belle, di quelle che normalmente non si raccontano.
Una mia cugina un giorno mi aveva parlato troppo e mi aveva raccontato alcune cose. Poi però ha negato di avermele mai raccontate e ha negato che quei fatti fossero mai accaduti.
Ma le aveva raccontate alla persona sbagliata.
Io avevo solo un nome, un cognome e il ricordo di un fatto molto violento.
Non riuscivo a trovare altre informazioni, anche perché quella persona apparteneva a una famiglia che aveva sempre cercato di nascondere certe vicende.
Un giorno però, facendo ricerche su internet — perché anche la ricerca su internet richiede metodo — ho trovato qualcosa.
Io non sono molto tecnologica, ma sono molto brava a fare ricerche online.
Un mio collega mi dice sempre che riesco a farle bene perché utilizzo lo stesso metodo che uso nelle biblioteche, non quello tipico di internet.
C’è poi un altro aspetto fondamentale: la verifica della notizia.
Per esempio, se scrivi un articolo su un incidente con un trattore, non vai su un sito qualsiasi: vai sull’ISTAT o su fonti ufficiali per verificare i dati.
Oppure consulti siti come: la Società Italiana di Psichiatriagli ordini professionali. l’Accademia dei Georgofili per l’agricoltura. Questi sono siti dove il materiale è verificato, perché proviene da professori universitari e istituzioni. Altrimenti diventa tutto caotico, perché su internet scrive chiunque.
A un certo punto trovai addirittura un giornale tedesco che parlava di un episodio legato a quella persona della mia famiglia.
L’articolo raccontava che, dopo essersi comportata molto male, quella persona era fuggita in Sud America.
Da lì ho iniziato a cercare anche nei vecchi archivi.
Però sono convinta di una cosa: oltre al metodo scientifico di ricerca esiste anche qualcosa che si chiama istinto.
A volte succedono anche delle coincidenze misteriose.
Per esempio, una volta mi trovavo all’Archivio di Stato non per fare ricerche, ma perché stavo aspettando una persona. Siccome tardava, ho iniziato a parlare con uno degli impiegati e da quella conversazione è nata un’altra pista di ricerca.
È come se a volte le storie venissero a cercarti.
Quel giorno stavo aspettando una signora che era la pronipote di Teresa Sensi.
Con la Società del Cotto, che è una delle associazioni culturali più antiche di Perugia, insieme all’Ordine dei Giornalisti, volevamo proporre di intitolare una strada a Teresa Sensi.
Teresa Sensi è stata una delle prime donne giornaliste italiane.
È morta negli anni Novanta, a più di novant’anni, e scriveva ancora fino alla settimana prima di morire.
Oltre a essere giornalista era anche una scrittrice.
Lavorava per il giornale Il Gazzettino di Venezia.
Era nata a Perugia, aveva vissuto qui fino a sedici anni e poi si era trasferita a Venezia dopo aver sposato un professore universitario.
Io scoprii questa figura quasi per caso.
Un giorno trovai su un vecchio libro una nota che diceva che uno dei suoi romanzi era ambientato a Perugia.
Lei scriveva romanzi d’amore negli anni Quaranta e Cinquanta, ma non erano i soliti romanzi romantici.
Parlava di: donne normali, ragazze che lavoravano come impiegate, giovani che vivevano in camere in affitto e cenavano con latte, pane e caffè, relazioni complicate, anche con uomini sposati.
Erano storie molto realistiche, fuori dagli schemi.
Allora decisi di scrivere un articolo su di lei, perché sono sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare.
Successivamente andai anche a Venezia per approfondire la ricerca.
Lei era morta da poco e aveva lasciato tutti i suoi documenti all’Università Ca’ Foscari.
.
Quando visitai la casa dove erano conservate le sue cose successe un episodio molto strano.
Eravamo all’ultimo piano e a un certo punto sentimmo dei passi di uomo sulle scale.
Pensammo che fosse il dottor Meneghello, la persona che doveva venire a prenderci.
Lo chiamammo, ma i passi si fermarono e non si sentì più nulla.
Eppure lui era l’unico ad avere le chiavi.
Fu una situazione piuttosto misteriosa.
La mia ricerca su questa scrittrice è stata piena di episodi curiosi.
Alla fine però trovai davvero quello che cercavo.
Tuttavia il primo indizio su quella vecchia storia di famiglia lo avevo trovato proprio grazie a un giornale trovato su internet.
Adesso, tornando a qualcosa di più concreto, sto scrivendo con un’altra persona la biografia di un mio prozio.
Il mio prozio è morto nel 2013, all’età di 99 anni.
Sto lavorando a questo progetto insieme a Roberto Ceccaria, che è stato capo della stampa della Provincia e ha scritto molti libri di storia locale.
Abbiamo trovato tantissimo materiale negli archivi e nei giornali.
Ci siamo divisi il lavoro e stiamo ricostruendo la sua storia.
In alcuni casi, per esempio, le autorità locali devono essere costrette a fare l’autopsia su tutti i corpi delle persone uccise. Questo lo abbiamo capito proprio grazie alle ricerche fatte sui giornali.
Ecco perché i vecchi giornali sono così importanti.
Naturalmente bisogna sempre ricordare che i giornali non riportano necessariamente la verità assoluta. Anche i grandi quotidiani, come La Repubblica, possono contenere informazioni che devono essere verificate.
Tuttavia i giornali rappresentano un punto di partenza.
Ti danno un elemento iniziale, una base da cui partire per approfondire le ricerche.
Questa è la vera importanza dei vecchi giornali.
Partendo da quelle informazioni abbiamo poi scoperto altre storie e altri elementi, spesso trovati anche su internet.
Quindi i giornali sono uno strumento fondamentale, ma le informazioni devono sempre essere controllate e verificate.
Tra l’altro, una volta c’era meno attenzione per l’etica professionale e per la veridicità delle notizie.
Oggi la situazione è diversa.
Non è che oggi tutto sia migliore, anzi in alcuni casi è persino peggio, perché circolano moltissime informazioni e non sempre sono sicure.
Però oggi, se qualcuno ti denuncia all’Ordine dei Giornalisti, possono esserci conseguenze serie.
Prima invece non esisteva questo meccanismo di controllo e di tutela.
Per questo motivo i giornali restano comunque una fonte di partenza molto importante per tante ricerche.
A proposito di queste ricerche, vi racconto un altro esempio.
Un mio prozio apparteneva a una famiglia che viveva in Somalia. Il capofamiglia si chiamava Egidio, ed era parente da parte della famiglia di mia nonna paterna.
Un giornalista, Vincenzo Tagliati, gli fece un’intervista. In quell’intervista lui era molto critico nei confronti degli italiani che vivevano in Somalia.
Non parlava esplicitamente di colonialismo, perché non era il suo linguaggio e non era un giudizio politico. Però diceva chiaramente che molti italiani erano andati lì solo per fare affari e non si preoccupavano minimamente della popolazione locale.
Diceva la verità, perché era una persona molto seria e rigorosa.
Quando scrivi, però, devi sempre fare una scelta: passare dalla documentazione al racconto.
Sono due cose diverse.
Devi chiederti sempre: cosa mettere nel testo, come raccontarlo, in che modo presentarlo.
Questo è molto importante.
Io, nella mia vita, mi sono autocensurata due volte.
Avevo delle informazioni che avrei potuto pubblicare, ma ho deciso di non farlo.
Queste informazioni moriranno con me.
Perché non erano notizie necessarie.
Se scopro che un sindaco ruba, è giusto pubblicarlo.
Ma se scopro che un sindaco ha un amante, e questo non ha nulla a che vedere con la sua attività politica, non è necessario renderlo pubblico.
Per continuare la mia ricerca sono entrata in contatto, su Facebook, con diversi gruppi legati alla Somalia.
Ci sono gruppi di persone somale, ma anche gruppi di italiani che ricordano con nostalgia la loro vita in Somalia.
Allora mi sono chiesta: qual è la verità?
Perché mio zio non diceva bugie, ma la realtà è sicuramente più complessa.
Questo mi ha spinto a continuare a indagare.
A volte succede che, mentre scrivi un articolo, ti rendi conto che da autrice diventi anche lettrice, perché scopri cose nuove lungo il percorso.
In definitiva, però, la risposta è semplice:
vengo qui soprattutto per leggere i vecchi giornali.
Oppure per consultare libri e testi che non possono essere dati in prestito.
Se un libro non viene prestato, di solito significa che è:molto antico, raro, oppure un documento archivistico.
Se fosse un libro moderno, normalmente verrebbe dato in prestito.
Se potesse tornare al momento in cui ha iniziato a occuparsi di queste ricerche, c’è stato un momento particolare che ha dato origine alla sua carriera di giornalista?
In realtà non c’è stato un giorno preciso.
È nato tutto dalla curiosità.
Vi racconto come è iniziato.
Ho collaborato per molti anni con il Corriere dell’Umbria.
Adesso sono in pensione, ma continuo comunque a scrivere per loro.
All’inizio ero solo una collaboratrice occasionale. Era marzo, nei primi anni di vita del giornale.
Poi, ad agosto, la redazione disse a tutti i collaboratori:
“Molti giornalisti sono in ferie, quindi mandate articoli su qualsiasi argomento”.
Io mi sono chiesta cosa potessi scrivere.
Siccome ero una grande appassionata di romanzi gialli, ho deciso di scrivere articoli su delitti realmente accaduti in Umbria.
Così ho iniziato ad andare all’Archivio di Stato, dove consultavo i fascicoli dei processi penali.
All’inizio non consultavo neppure i giornali, perché avevo già i documenti originali dei processi.
Bisogna anche ricordare che nell’Ottocento i giornali dedicavano molto meno spazio alla cronaca rispetto a oggi.
È cominciato tutto così.
Adesso, per esempio, mentre sto cercando altre cose che non hanno nulla a che fare con questa ricerca, ho trovato un caso del 1946.
È conosciuto come il delitto del chilometro 141, tra Spoleto e Foligno.
Trovarono una ragazza assassinata.
Il sospetto cadde su un uomo, forse un soldato polacco alleato, che probabilmente fu protetto.
Ma la cosa che mi incuriosisce di più è che, almeno fino a dove sono arrivata nelle ricerche, non sono mai riusciti a identificare quella ragazza.
Sto cercando di capire l’identità di quella ragazza.
Oggi, rispetto al passato, ci sono più possibilità. Per esempio qualcuno potrebbe ricordare una persona scomparsa, una parente, una zia, oppure qualcuno che lavorava in una certa zona.
Inoltre oggi esiste anche l’esame del DNA, che una volta non c’era.
Per questo continuo a cercare.
Non sappiamo nemmeno se la ragazza fosse italiana oppure straniera.
Almeno, fino al punto a cui sono arrivata nelle mie ricerche.
Potrebbe anche darsi che nei numeri successivi del giornale sia stato pubblicato un articolo con la notizia del ritrovamento della sua identità.
Quindi lei è anche un po’ investigatrice, in un certo senso.
Sì, diciamo un pochino sì.
Mi è venuta in mente un’altra cosa.
Volevo chiederle se conosce la figura di Prospero Podiani, perché ci hanno detto che questa biblioteca è nata grazie a una donazione legata a lui.
So anche che questa è una delle biblioteche più antiche d’Italia e d’Europa.
No, questo in realtà non lo sapevo.
Se volete approfondire questa figura vi consiglio di parlare con la dottoressa Zazzerini, che è una bibliotecaria molto preparata e informata.
In effetti abbiamo parlato con lei e anche con Renzi, che ci ha raccontato diverse cose.
Mi chiedevo però se per caso lei avesse mai fatto ricerche su questa figura.
Direttamente no.
Però ricordo di aver visto qualche libro o alcune riviste scientifiche dove c’era un capitolo abbastanza ampio dedicato a lui.
Se esiste una pubblicazione importante su di lui, credo che si trovi sicuramente anche all’Archivio di Stato.
Sì, perché ci hanno detto che in realtà questa figura non è stata riconosciuta abbastanza.
Addirittura non esiste nemmeno una strada dedicata direttamente a lui: esiste una via dedicata alla famiglia Godiani, ma non specificamente alla sua persona.
Eppure pare che sia stato molto importante per la città.
Capisco.
Se mi viene in mente qualcuno che potrebbe aiutarvi con queste ricerche ve lo farò sapere.